Aldo Winkler e la Dakar col figlio Andy: “Finita prima, ma insieme è stato bello“

Aldo Winkler e la Dakar col figlio Andy: “Finita prima, ma insieme è stato bello“

Si è arreso, dopo una notte passata a vomitare con la testa che gli girava e un ematoma sul gluteo destro che faceva del suo corpo un dipinto violaceo. Così, questa mattina, Aldo Winkler ha abbracciato Andrea, suo figlio, gli ha augurato in bocca al lupo e poi è andato a mettersi nelle mani dei medici, abbandonando la corsa.

IL FASCINO DELL’AFRICA

—   Quella di Aldo e Andy è una storia bellissima, quella di un padre e un figlio che decidono di correre assieme la Dakar in moto, a 24 anni dall’ultima volta del genitore. Sì, perché Aldo, che in questi anni è diventato il riferimento della Nikon (e non solo) in Italia, di Dakar ne aveva già corse 8 (7 in moto e una in auto), ma negli anni magici in cui la corsa era ancora un mistero che ogni giorno era capace di sorprenderti. “Non era tanto l’idea della gara, ma dell’Africa ad affascinarmi, scoprire luoghi nuovi e misteriosi. Poterlo fare in moto, poi, altra mia grande passione, era semplicemente perfetto”. Una gara dove partivi da un punto per arrivare a un altro e senza Gps, né altre diavolerie elettroniche (“Dopo il roadbook arrivarono le bussole, ma ogni volta che si accelerava l’ago si metteva a girare impazzito”) dovevi semplicemente essere bravo a leggere e interpretare il roadbook e ad arrangiarti.

PERSO NEL DESERTO

—   E lui scoprì di essere in gamba anche molto più di quello che immaginava nell’edizione del 1989, la quarta partecipazione, quando partendo da Termit, Algeria, in direzione di Agadez, Nigeria, la sua moto prima si fermò più volte e poi si ruppe definitivamente, con Winkler che rimase per tre giorni disperso nel deserto, derubato a un certo punto da tre predoni, che gli portarono via anche la sola borraccia con quel poco d’acqua che aveva dentro, prima di essere salvato da una famiglia di touareg mentre, a piedi – la direzione imboccata segnalata con delle pietre in modo che potesse essere avvistata dagli aerei del soccorso – provava a cercare una via d’uscita. Rassegnato, più che disperato, convinto che non lo avrebbero più trovato, aveva già scritto su un’agenda il testamento-lettera per la moglie Paola. Alla fine, mentre si preparava ad affrontare a dorso di cammello i cinque giorni verso la strada di Tanak, lo vide un aereo e poco dopo un elicottero lo venne a recuperare. Cinque giorni dopo, l’Odissea era finita. Ma la paura non spense l’amore per l’Africa e per l’avventura, e così l’anno dopo eccolo tornare ancora, su una camionetta con Perlini, il cui navigatore si era ammalato all’ultimo momento, quindi di nuovo in moto nel 1991 e infine nel 1997 e 1998. L’ultima.

RITORNO IN DUE

—   Cioè, l’ultima prima che, durante il lockdown, nel riordinare e digitalizzare vecchie foto assieme ad Andy, che nel frattempo aveva accumulato esperienze nel cross in Italia e nel Supercross Usa, nascesse la folle idea di tornare assieme alla Dakar. C’è voluto un po’ da parte di Andy per convincere il papà – e soprattutto la mamma – ad affrontare questa avventura, ma dopo avere partecipato assieme al Rally d’Andalusia, al Silkway e al Rally del Marocco, eccoli al via di questa Dakar, sempre assieme, uno vicino all’altro ad affrontare questa nuova sfida che a 64 anni di età è di quelle gigantesche. Solo Franco Picco, con 66, ha più anni tra i partecipanti della gara moto. “La difficoltà più grossa è di viaggiare nella polvere uno dell’altro, a volte procediamo affiancati ma non è facile. Però correrla con Andy è stato bellissimo”. Qualche botta, qualche inevitabile caduta, ma a dare il colpo di grazia è stata la nona tappa, quella dell’anello di Wadi Al Dawadiri, quando nello scendere da una duna, Aldo è stato centrato dalla moto di Tiziano Internò. “Io l’avevo tagliata, lui invece è sceso dritto, non mi aveva visto e mi ha colpito” racconta Aldo. I lividi violacei che gli hanno colorato tutta la zona del fianco sinistro all’arrivo nel bivacco di Bisha, ieri, testimoniavano la gravità dell’impatto. “Soprattutto fa male quando devi stare in piedi e con tutti quegli scossoni senti ballare tutto” raccontava Aldo all’arrivo, mentre Andy, (che ha chiuso l’undicesima tappa 72° iniziata dopo aver salutato il padre in lacrime), con una gentilezza quasi commovente, gli ripeteva, “Mi sei piaciuto oggi papà, sei stato bravo”.

“STAI ATTENTO E VAI PIANO”

—   Avrebbe voluto andare avanti ancora, Aldo, finire le ultime due tappe, invece nella notte è stato male, il dolore per la botta si è sommata alla fatica di 12 giorni di gara, e alla fine ha deciso di fermarsi. “Non so cosa si successo, avrei anche voluto provare a partire, però mi sono reso conto che non sarei stato in condizione di farcela. Fermarsi in mezzo al nulla, poi, sarebbe stato peggio e avrei anche rovinato la gara di Andy. Così gli ho detto di andare solo lui, ma di stare attento e andare piano. I medici mi hanno detto di bere tanto e adesso sto già meglio”. Così, domani, per l’ultima tappa, grazie al jolly tornerà ad affrontare i 164 km dell’ultima speciale. “Sì, il regolamento adesso è cambiato e ti permette di ripartire – conclude Winkler senior -, però io la vivo diversamente. Io la Dakar non l’ho finita, e mi dispiace molto, anche perché alla mia età, soprattutto non essendo un professionista che può allenarsi come servirebbe, credo che questa sia stata la mia ultima”.

Fonte: https://www.gazzetta.it/Moto/13-01-2022/dakar-aldo-winkler-col-figlio-andy-insieme-stato-bello-430894207296.shtml

Vincenzo
Vincenzo Medico Chirurgo, Psicoterapeuta, Odontoiatra. Specialista ambulatoriale presso l’ASL Napoli 1 Centro. Coach professionista. Terapeuta EMDR.
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