Cent’anni fa nasceva Ruffo, il gentleman italiano primo iridato delle Moto

Cent’anni fa nasceva Ruffo, il gentleman italiano primo iridato delle Moto

BRUNO RUFFO ERA NATO IL 9 DICEMBRE 1920: MILITARE IN RUSSIA, GRANDE PILOTA, VINSE IL MONDIALE 250 NEL 1949, PRIMA EDIZIONE DEL CAMPIONATO DEL MONDO. AUDACE IN PISTA QUANTO SIGNORILE E LEALE FUORI

Massimo Falcioni 8 dicembre - Milano

Cent’anni fa, il 9 dicembre 1920, nasceva a Colognola ai Colli presso Verona, Bruno Ruffo, primo pilota iridato della 250 nel neonato Motomondiale del 1949. A soli quattro anni dalla fine della tragedia bellica, quella edizione inaugurale del Mondiale con le classi 125, 250, 350, 500 e sidecar fu di fatto la riproposizione del campionato europeo dell’anteguerra con sei Gran Premi (Inghilterra al Tourist Trophy, Svizzera al Bremgarten, Olanda ad Assen, Belgio a Spa, Ulster a Clady, Italia a Monza) disputati in tre mesi, dal 13 giugno al 4 settembre. Ruffo, ventinovenne, vinse quel suo primo titolo davanti a Dario Ambrosini (Benelli) e a Ron Mead (Norton) trionfando in sella alla Guzzi “Gambalunghino” ufficiale sul micidiale tracciato svizzero del Bremgarten, giungendo secondo all’Ulster (corsa della duemmezzo di 316,6 Km!) e quarto a Monza.

EROE GUZZI

—   Le “aquile” di Mandello volavano già alte nei cieli delle corse motociclistiche sin dai primi anni ’20 del novecento con l’esordio agonistico nel 1921 alla Milano-Napoli di 877 Km e alla Targa Florio vinta da Finzi, poi nel 1923 con il primo posto al debutto sull’infido circuito del Lario, il T.T. italiano. I bolidi rossi con l’aquila dalle ali spiegate (simbolo degli aviatori italiani nella Grande Guerra e scelto come marchio dalla Guzzi in memoria del socio Giovanni Ravelli, pilota e aviatore perito in volo) ben prima della Seconda Guerra Mondiale erano stati protagonisti nelle 250, 350 e 500 con Guido Mentasti e Pietro Ghersi poi con Nello Pagani, Nandino Balzarotti, Guglielmo Sandri, Stanley Woods, Omobono Tenni. Ma sarà Bruno Ruffo a portare in casa Guzzi la prima stella iridata. La Guzzi dà a Ruffo la moto vincente e Ruffo ricambia con grandi corse, grandi vittorie, grande attaccamento al vessillo dell’aquila. La Moto Guzzi, dal 1949 al 1957, vincerà 14 titoli mondiali e 3.329 gare con il fiore all’occhiello di 11 centri al Tourist Trophy: un mirabile filotto di record e di ardite realizzazioni tecniche, alcune insuperabili come la straordinaria 500 8 cilindri 4 tempi bialbero del 1956-57 da 75CV a 12.500 giri e 280 Kmh!

CHI ERA RUFFO

—   Bruno Ruffo è stato un centauro mitico del motociclismo degli eroi nei primi anni del Dopoguerra: pilota “tecnico” e calcolatore, cesellatore senza fronzoli e di gran temperamento, volpe astuta ma all’occorrenza con gli artigli del Re della foresta, un gran bel manico, costante e raramente a terra, con solo tre cadute in sedici anni di corse. Dal 1945 al 1953, con l’eccezione del 1950, per otto stagioni Ruffo corre esclusivamente con le Moto Guzzi dimostrandosi un fedelissimo della Casa dell’aquila. Nel 1949 Ruffo fa l’en plein: tricolore e mondiale 250 con la nuova monocilindrica 4 tempi monoalbero “quadro” Guzzi “Gambalunghino” da oltre 25 Cv a 8000 giri e 180 Km/h, un propulsore derivato dal prototipo del 1926, per quasi trent’anni emblema delle duemmezzo da corsa.

TRIPLETTA

—   L’asso veronese, tagliato anche fisicamente per la 250 (un metro e 66 cm di altezza per 60 Kg), farà il bis iridato nel 1950, non con la Guzzi che si prende un anno sabbatico, ma con la Mondial, stavolta nella classe 125: una stagione trionfale per i colori italiani nelle vette del mondo anche nella 250 con Dario Ambrosini su Benelli e Umberto Masetti su Gilera. Poi il tris di Ruffo nel 1951, di nuovo campione del mondo 250 con la Guzzi tornata in pista in gran forza presentando nella quarto di litro il “Gambalunghino” rivisto nel telaio e nel motore, sopra i 28 Cv a quasi 9000 giri sui 190 Km/h di velocità.

EVOLUZIONE

—   Già campione italiano di “seconda categoria” della quarto di litro nel 1946 con una Guzzi Albatros privata, nel ’47 Ruffo fa il salto in prima categoria e al termine della stagione 1948, grazie ai risultati conseguiti, è chiamato dalla Casa di Mandello che gli affida una moto ufficiale per il Gran Premio delle Nazioni sul circuito di Faenza. “Quando la Guzzi mi offrì una moto ufficiale per la corsa più importante del finale di stagione – ricordava Ruffo anni dopo – accettai subito con entusiasmo. Non solo per il prestigio della principale Casa motociclistica mondiale dell’epoca e non tanto per la maggiore competitività della loro moto rispetto alla mia privata ma perché finalmente se si fosse rotto qualcosa non sarei più stato io a doverci mettere le mani e a dover pagare i pezzi nuovi di ricambio. Chiesi solo di non dover subire ordini di scuderia. E così fu. Feci la mia prima corsa da ufficiale mettendo tutti dietro”.

CORAGGIO

—   Per l’asso di Colognola ai Colli è il classico “Veni-vidi-vici”; è la prima grande vittoria internazionale, il primo trionfo ottenuto battendo cinque grandi piloti: Ambrosini, Rossetti, Ciai sulle Benelli ufficiali e Leoni e Martelli sulle altre due Guzzi Casa. Il mese dopo, con la stessa moto, nell’ultima tricolore di Monza, Ruffo si ripete e firma il contratto che porterà il nuovo binomio italiano sulle vette del mondo fino a tutto il 1951. Una brutta caduta al GP di Germania alla Solitude (innescata dal compagno di squadra Lorenzetti che Ruffo in testa alla corsa fece passare all’ultimo giro per ordini di scuderia) lo tiene fuori dalla stagione 1952, privandolo di fatto del suo quarto titolo mondiale. Un mese prima, solitario fuggitivo al Tourist Trophy, Ruffo aveva chiuso il gas prima del traguardo lasciando la vittoria al compagno di squadra Anderson perché la Guzzi, per questioni di mercato, puntava a una vittoria del suo pilota inglese. Peggio ancora, per Ruffo, nel ’53: dopo le due vittorie italiane sui circuiti di Mestre e di Siracusa, un nuovo pesante incidente in prova - causa il nebbione al TT dell’Isola di Man - lo costringe a chiudere con il motociclismo a soli 33 anni.

DOPO LE CORSE

—   Passato poi all’automobilismo, pilota ufficiale Alfa Romeo e Maserati, è costretto all’addio definitivo alle corse nel 1956 dopo un pauroso crash a 200 orari uscendone malconcio ma miracolosamente vivo. Un corridore di straordinaria professionalità, con un profondo senso di squadra, ligio agli ordini di scuderia eseguiti con signorilità anche se la mancata vittoria del TT nel 1952 e forse anche il mancato titolo di quell’anno gli erano rimaste sul gozzo. C’è bisogno di altri corridori vincenti sui bolidi rossi dell’Aquila – dicono ai piani alti di Mandello - in quanto: “La gente non sa più se a vincere è la Moto Guzzi o il suo corridore Ruffo”. Quante volte è successo nel motociclismo? La Moto Guzzi deve a Ruffo, oltre il suo primo titolo mondiale e altri titoli e tante altre vittorie, quel tratto di signorilità straordinario e indelebile.

NON SOLO VITTORIE

—   Ruffo è stato un centauro che con il suo styling da gentleman in pista e fuori, i suoi tre titoli mondiali, i suoi caschi tricolori, le sue 57 vittorie assolute, i suoi 61 record mondiali di velocità, ha dato lustro al motociclismo, amato dagli appassionati e capace di trovare spazio sulle prime pagine dei giornali e in radio. Ruffo fa parte della élite di grandi piloti che hanno fatto rinascere il motociclismo del dopoguerra, tassello importante e volano della ricostruzione di un Paese distrutto materialmente e moralmente. Ruffo era il classico italiano fattosi da solo, che da ragazzino ruba una prima moto dall’officina paterna per le prime scorrerie, quando a 17 anni, fatica su fatica e lira su lira, con una vecchia Miller 250 debutta a Montagnana, e poi costretto a chiudere i sogni nel cassetto per la lunga parentesi bellica, l’Armir, il tragico fronte russo. Il 14 ottobre 1945 il ritorno vincente in pista a Mantova sul circuito del Te, poi si ripete a Pesaro con quella sua “Albatros” di qualità e prezzo proibitivo (costava 700 mila lire, una fortuna!) e a fine anno porta a casa il titolo tricolore della seconda categoria. Ruffo è stato il più grande stilista della 250 di tutti i tempi, insieme a Tarquinio Provini, Luca Cadalora, Max Biaggi. “Quando do una stretta di mano – diceva – non faccio marcia indietro”. Bruno Ruffo se ne andava dopo una lunga malattia il 10 febbraio 2007, 87enne. Nel 1955 il presidente Gronchi aveva conferito a Ruffo l’onorificenza di Cavaliere dell’Ordine al merito della Repubblica italiana e nel 2003 il presidente Ciampi gli aveva conferito l’onorificenza di Commendatore.

IL RICORDO

—   Si deve alla fatica del figlio Renzo, al suo stupendo libro “Cuore e asfalto” (Bloom Editore) se Bruno Ruffo appare per quello che è stato: una delle stelle del motociclismo mondiale, un costruttore del motociclismo amato dagli aficionados di ogni accento e bandiera, un campione che ha onorato l’Italia, un uomo capace di stare in mezzo agli altri, cosciente, con l’espletamento della sua passione sportiva, di avere fatto “solo” il proprio dovere. “Cuore e asfalto”, 240 pagine, è un’opera sui generis: non ripercorre semplicemente le tappe di una fulgida carriera, ma tratteggia con dosate pennellate fra prosa e poesia un percorso agonistico e umano estremamente significativo e attuale. Nella prefazione al volume, Renzo Ruffo usa magistralmente la penna come il padre Bruno usava la manetta dell’acceleratore: “Una lettura di flash veloci, come veloce è Bruno Ruffo, un viaggio onirico su piste di un tempo senza tempo dove la poesia corre libera e la passione vince sempre”.

8 dicembre - 22:02

Fonte: https://www.gazzetta.it/Moto/08-12-2020/cent-anni-fa-nasceva-ruffo-gentleman-italiano-primo-iridato-moto-3901518274796.shtml

Nancy
Nancy Non esistono per me storie ed emozioni che non possono essere narrate, o volti, i cui profili, non possono essere fedelmente tracciati.
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