Max Biaggi, il “corsaro” compie 50 anni pensando a nuove sfide

Max Biaggi, il “corsaro” compie 50 anni pensando a nuove sfide

Taglia oggi il traguardo dei suoi primi 50 anni Max Biaggi, il “corsaro” sei volte campione del mondo di motociclismo nato il 26 giugno 1971 nel popolare quartiere romano di Primavalle poi cresciuto al Trionfale, a due passi da San Pietro, dove il futuro campione sfrecciava da ragazzo su motorini truccati prestati dagli amici. Per la storia scritta del motociclismo, Max Biaggi è uno dei i piloti più titolati con sei corone iridate fra Motomondiale e Sbk, l’unico con lo statunitense John Kocinski a vincere il mondiale sia con le moto prototipi che con le derivate e l’unico con l’inglese Phil Read a centrare il poker iridato nella 250 GP, il primo italiano a trionfare nel Wsbk, fra i campioni protagonisti del passaggio di due epopee storiche del motociclismo, da quella della 500 a quella della MotoGP. Non solo. Nel 1998, al suo debutto in 500 con la Honda del Team Kanemoto, Biaggi vince il GP del Giappone a Suzuka, dopo aver stabilito la pole in qualifica e fatto segnare il giro più veloce in gara: un hat trick riuscito solo al fuoriclasse finlandese Jarno Saarinen venticinque anni prima.

GLI ALBORI DI MAX

—   Sono passati poco più di 30 anni da quando l’allora diciottenne capitolino, calciatore mancato dopo i primi promettenti passi fra i pulcini e poi fra gli esordienti, diventava corridore motociclistico, dimostrando passione e talento, subito un vincente. Nel 1990 ecco il suo primo titolo italiano (125 Sport production) con una Aprilia da corsa con la quale il lunedì, tolta la carenatura e messi su targa e fanale, potevi andare a scuola. Il ragazzo si fa largo a suon di vittorie. Due stagioni dopo c’è l’ingaggio da parte dell’Aprilia e la conquista del duro titolo europeo 250 e poi nel 1992, ventunenne, il debutto nel motomondiale nella quarto di litro ottenendo a Kyalami in Sudafrica, la sua prima vittoria in una gara iridata. Nel 1994, a 23 anni, Max vince con l’Aprilia il primo mondiale 250 giungendo primo in Australia, Malesia, Olanda, Repubblica Ceca, Catalogna e secondo in Austria, Germania, Stati Uniti, terzo in Francia. Biaggi si ripete con l’Aprilia nel 1995 e nel 1996. Incredibilmente, dopo aver dominato tre mondiali 250, l’Aprilia gli dà il benservito per un particolare senso del marketing peraltro non nuovo nel motociclismo (se il pilota vince troppo mette in ombre la moto con cui corre…).

IL RISCATTO, LA 500 E LA MOTOGP

—   Ma nel 1997, passato alla Honda, Biaggi fa poker conquistando la sua quarta corona iridata consecutiva della duemmezzo: una impresa riuscita numericamente nella storia del motociclismo solo al “baronetto” inglese sette volte campione del mondo Phil Read. Il motomondiale dell’epoca è ricco di campioni: Doohan, Kocinsky, Schwantz, Okada, Waldman e gli italiani Cadalora, Capirossi, Romboni: ma la nuova stella, anche mediaticamente, è Biaggi. Nel 1996 Max è subito secondo al suo debutto mondiale nella 500 (su Honda), ripetendosi nel 2001 (con la Yamaha) e nel 2002 in MotoGP, sempre su Yamaha.

LA RINASCITA CON LE DERIVATE DI SERIE

—   Dopo una breve pausa, nel 2007 il debutto con la Suzuki nel Wsbk finendo terzo, quindi un 2008 al di sotto delle aspettative sulla Ducati e nel 2009 il gran ritorno con la fanfara in Aprilia dove dimostra anche straordinarie doti tecniche e di collaudatore, oltre che gran capacità di tenuta psicologica, preparando il terreno per le stagioni successive. Infatti, nel 2010 ecco “alla grande”, con una Aprilia “ricostruita”, il titolo mondiale Superbike e nel 2012 il bis, dopo il terzo posto nel 2011, sempre in sella ai nuovi bolidi della Casa di Noale con il “Corsaro” che mette ko avversari considerati più adatti di lui in Sbk per stile di guida e per indole in corse considerate più “cattive” di quelle della MotoGP.

IL RITIRO VISSUTO

—   E sono passati quasi 9 anni da quando il “Corsaro”, il 7 novembre 2012, annunciava, 41enne con il sesto titolo mondiale in tasca, il suo “addio alle corse”. Con la voce rotta dall’emozione e con la solita verve polemica Biaggi motivava così la sua decisione: “Ho scelto di smettere ma non ho smesso, come hanno fatto altri, per motivi fisici o perché non avevano trovato una moto competitiva. Credo di aver tolto abbastanza tempo alla mia famiglia e credo sia giusto dedicarsi a loro perché il tempo passa e non puoi fermarlo”. Così, Max Biaggi, dopo 22 stagioni iridate di gloria e di vittorie attaccava il casco al fatidico chiodo, appagato agonisticamente per i 6 titoli mondiali conquistati, pur se con l’amaro in bocca di non aver portato a casa la corona più ambita, quella della MotoGP, sfiorata almeno in due stagioni. Insomma, una carriera di gran lustro, quella di Biaggi: quattro mondiali 250 GP: 215 gare disputate, 42 vinte, 111 podi, 56 pole position, 42 giri veloci. Due mondiali in SBK: 159 gare disputate, 21 gare vinte, 71 podi, 5 pole position, 16 giri veloci. Risultati che parlano da soli e che pongono il “Corsaro” ai vertici del motociclismo internazionale, fra i piloti più amati e anche fra i più discussi, non tanto per il talento, caso mai per il carattere, fiero anche troppo, da “allerta permanente”, che gli faceva vedere il “nemico”, sempre e ovunque. Perché questo atteggiamento di Biaggi apparentemente aggressivo ma di fatto “in difesa”? Perché Max si portava dietro il peso degli esordi non facili: a fine anni ’80 e primi anni ‘90 un romano vincente in moto, per di più al debutto, era una eccezione, uno fuori dal coro, uno cui rendere dura la vita in pista come nel paddock. È così che Max si trova davanti un muro di incomprensioni crescendo agonisticamente nella logica quasi obbligata: “tanti nemici tanto onore”.

CHI ERA BIAGGI IN PISTA?

—   Max è stato il “corsaro” del motociclismo per il suo modo di correre all’attacco (solo nell’ultima stagione in Sbk ha gestito il campionato, vincendo) e per il suo modo di parlare anche rimanendo zitto, con i suoi occhi da predatore, con uno sguardo esclusivo: profondo, di ghiaccio, fulminante. In giornata di grazia, Max correva come spinto da un inesauribile fuoco interiore, come se la corsa fosse un passaggio ad alto rischio per la redenzione, lo strumento per la scalata sociale, come se non si trattasse di una competizione sportiva, ma di una missione. Biaggi è stato uno stilista superbo, davvero un’opera d’arte sulla moto: nella 250 paragonabile a Bruno Ruffo, a Tarquinio Provini, a Luca Cadalora . Dice di Max l’ing. Franco Antoniazzi fondatore con l’ing. Mauro Forghieri della modenese Oral Engineering eccellenza italiana del Motorsport mondiale (Formula uno, MotoGP, Sbk ecc.) nonché dei veicoli speciali militari, uno che di piloti se ne intende: “ Biaggi? Un corridore di fascia alta come manico e come collaudatore, un fuoriclasse cristallino - tuttavia come il cristallo brillante quanto delicato - che ha dato tanto anche tecnicamente oltre che agonisticamente migliorando il prodotto e alimentando l’interesse per il motociclismo: ha vinto molto e avrebbe meritato almeno un titolo anche in MotoGP. Per le sue caratteristiche di guida, per la sua sensibilità tecnica, Max si sarebbe trovato bene anche con la MotoGP di oggi, condizionata dal monogomma e dai sistemi elettronici di gestione della potenza”.

IL RITORNO IN MOTOGP CON BMW, SFUMATO

—   Continua: “A dimostrazione del valore di Biaggi anche sul piano tecnico e delle sue qualità come collaudatore, quando nel 2007 la Bmw Casa affidò alla Oral Engineering l’ideazione, la progettazione, la realizzazione e lo sviluppo del progetto per l’ingresso della Casa tedesca in MotoGP con una moto inedita dotata di un motore 800 cc. tre cilindri, si decise di puntare su Max come pilota. Lui vide il prototipo e solo il successivo cambio di programmi della Bmw non permise il decollo di questa importante partnership. Biaggi avrebbe rappresentato il valore aggiunto di quell’importante progetto. Biaggi aveva in moto lo stesso stile pulito e ad alto rendimento e lo stesso fiuto tecnico di Luca Cadalora, l’iridato modenese che veniva dalla scuola di Walter Villa il “reverendo”, rimasto sempre ancorato alla sua terra emiliana mentre Biaggi il capitolino emigrato a Monte Carlo, spesso si è fatto coinvolgere dai riflettori televisivi, dal gossip del belmondo col contorno di belle donne rimanendone anche influenzato. Comunque, tanto di cappello a Max, capace di interpretare da protagonista il passaggio di un motociclismo che veniva da lontano, dall’epopea di Agostini e che stava sfociando a gran velocità in quella di Valentino Rossi, tutta elettronica, gomma e show-business. Aggiungo che Max deve molto a suo padre Pietro, una persona speciale cui il motociclismo, e non solo il motociclismo, deve molto”.

MAX BIAGGI, CORRIDORE E PERSONAGGIO DISCUSSO

—   Antipatico? Piantagrane? Piagnolone? Sbruffone? Reuccio capitolino? È stato un pilota “perfezionista” e “complesso”, da mettere a punto come un motore Grand Prix e delicato come una preziosa porcellana, forse fin troppo sensibile agli umori e alle “regole” di un ambiente che mal sopportava (e mal sopporta) chi canta fuori dal coro e tende a isolare (e a spazzar via…) chi fa il “battitore libero”. Max è stato tirato su bene da suo padre Pietro come una volta si tiravano su i figli del popolo. Per cui era e resta una persona alla mano, riflessiva, di grande sensibilità e disponibilità, in cerca di spazi personali mettendosi davanti allo specchio per cercare risposte su se stesso e sul senso della vita. Certo, poi la notorietà e il “belgiro”, possono – se non dare alla testa – tirare la staccata fino al … fuoripista. Fatto sta che Max Biaggi, grazie anche alla benevolenza della dea bendata, dal fuoripista ne è sempre uscito bene, più che bene.

L’ANTI-VALENTINO ROSSI

—   Per la storia vissuta dal popolo delle corse sulle tribune dei circuiti o davanti alla tv Max Biaggi è il “corsaro”, l’anti-Valentino Rossi per eccellenza, protagonista con l’allora giovanissimo asso pesarese, di corse incandescenti e campionati memorabili, un’epopea indimenticabile per il motociclismo che riportava ai grandi duelli del passato fra grandi corridori italiani: Nuvolari-Varzi, Ambrosini-Ruffo, Ubbiali-Provini, Agostini-Pasolini. Anche di più, per il tam tam mediatico e per l’invadenza dei social. Due predestinati al mito, sia Max sia Valentino. Diversi in tutto ma con la stessa passione per la motocicletta, le corse, la vittoria, il successo, le belle donne, la bella vita. Entrambi vincenti, sia pure con il piatto della bilancia più favorevole a Rossi, entrambi sono stati attori protagonisti – a volta loro malgrado – di una “commedia all’italiana”, criticabile sì, ma di cui oggi si sente la mancanza. Come si sente la mancanza di “corridori personaggi” , di gran carisma, qual è stato Max Biaggi, gran manico di carattere chiuso in pista, e quel è stato (ed è) Valentino Rossi, gran manico di carattere opposto in pista e fuori, “planetario” come pilota e come persona. Potevano due “galletti” di tal fatta volersi bene e non beccarsi nello stesso pollaio? È certo che fra Biaggi e Rossi di sfida vera si è trattato, in pista e fuori: con Valentino “strafottente viso d’angelo” astro nascente che studiava a tavolino con i “suoi” ogni mossa per indebolire psicologicamente il più esperto avversario che non di rado subiva la provocazione di questo particolare corpo a corpo imposto dal ragazzino pesarese. Il continuo assalto di Valentino, con dichiarazioni e trovate di vario tipo, faceva breccia nell’opinione pubblica anche perché, vuoi per la dea bendata spesso avversa al “corsaro”, i risultati alla fine daranno ragione all’astro nascente di Tavullia. Ma quella rivalità, non di rado oltre il limite (quante risse sfiorate!), è stata show nello show. Biaggi ha sintetizzato in seguito la sua rivalità con Valentino: “La nostra rivalità, anche molto accesa, ha giovato al nostro sport in Italia e nel mondo. Valentino è stato per me, per anni, comunque, il mio Coppi o il mio Bartali. Abbiamo poi riconosciuto e riconosciamo ognuno l’operato dell’altro, il lavoro fatto che anche a lui è riuscito molto bene, forse meglio”. Già. Storia passata, pur se sempre storia che resta. Non fa bene, però, sapere che ancora oggi i due non si salutano nel paddock, anzi, pare che sia Valentino, incrociando Max, a voltarsi dall’altra parte.

MAX BIAGGI TEAM MANAGER

—   Biaggi ha oggi un proprio forte Team nel Mondiale Moto3 e punta alla MotoGP. Ma l’istinto della belva non si cambia. La sirena ammaliante delle sfide in pista aveva riportato Biaggi nelle vesti di “corridore”, con le “Supermoto”. Una esperienza conclusa con il grave incidente dell’11 giugno 2017 sulla pista del Sagittario di Latina: schiantatosi nelle prove degli Internazionali di Supermoto classe Onroad il Corsaro veniva trasportato con l’elisoccorso in codice rosso (trauma cranico e alla spina dorsale) al San Camillo di Roma. La forte fibra del Corsaro e la benevolenza della Dea bendata hanno evitato il peggio. Tuttavia, al fuoriclasse capitolino rimaneva acceso il “sacro fuoco” della sfida e nel novembre 2020, a ridosso dei suoi primi 50 anni, stupisce ancora volando sulla pista francese di Chateauroux a 408 km/h in sella all’avveniristica moto elettrica Voxan Wattman (Gruppo Venturi) spinta dallo stesso tipo di motore della Mercedes “Formula E” e conquistando la bellezza di 12 record mondiali. A Max già brillano le sue pupille come fosse pronto in pista per un nuovo start. Biaggi non lo dice ma pensa di volare oltre la barriera dei 500 km/h mietendo altri record. Sognare si può sapendo che oggi la priorità è solo una: il figlio Leon di 10 anni e la figlia Ines di 11. Così Il Corsaro non corre più contro il tempo: corre per fermarlo. Auguri, “Maxxé”. Grazie di tutto.

Fonte: https://www.gazzetta.it/Moto/26-06-2021/max-biaggi-corsaro-compie-50-anni-pensando-nuove-sfide-4102267803272.shtml

Nancy
Nancy Non esistono per me storie ed emozioni che non possono essere narrate, o volti, i cui profili, non possono essere fedelmente tracciati.
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