Motomondiale, addio a Peter Williams, il “terzo” tra Agostini e Hailwood

Motomondiale, addio a Peter Williams, il “terzo” tra Agostini e Hailwood

Con la morte dell’81enne inglese Peter Williams il motociclismo perde un altro protagonista del Continental Circus degli anni ’60 e ’70, corridore senza corona e “ingegnere” senza laurea, conosciuto e amato anche in Italia, specie per le sue belle gare nella Mototemporada emiliano-romagnola e nel GP Nazioni a Monza. A Peter, nato il 27 agosto del 1939, la passione per la tecnica, le corse, le moto era stata trasmessa dal padre Cecil John, ex pilota della Royal Air Force e gran corridore fra le due Guerre mondiali, nonché tecnico alla Vincent HRD e poi, negli anni ’50, direttore del reparto corse della AMC, la AJS-Metchless. Il tecnico-progettista-manager Cecil John fu tra i principali artefici dei successi delle leggendarie AJS /R3 e delle E95 Porcupine nonché dei trionfi della inimitabile Matchless G50.

LA VOCAZIONE

—   Peter tradusse al meglio la sua vocazione di ottimo tecnico e ottimo pilota, per altro ammirato anche per il suo stile di guida pulito e raccolto. Undici anni in pista nelle 125, 250, 350 e 500 con risultati importanti anche nel Mondiale (una vittoria all’Ulster nel 1971 con la MZ nella 350, 8 volte secondo e due volte terzo su Metchless e AjS nella 500) specie nelle due cilindrate maggiori. La Norton deve a Peter Williams i suoi successi nelle gare della Formula 750 sia per come aveva progettato e sviluppato le nuove moto sia per come le aveva poi guidate sui circuiti anche se proprio da una di questi bolidi di grande potenza ma assai “bizzosi” sarà tradito.

L’ANEDDOTO

—   Circuito di Oulton Park 26 agosto 1974, attesissimo GP “Bank Holiday Monday”, pieno di gente e con un monte premi “super”. Peter, già trionfatore nella F750 l’anno prima al Tourist Trophy con la splendida Norton John Player con telaio monoscocca, non era del tutto convinto della nuova cavalcatura con telaio tubolare, denominata “Spaceframe”. Moto di scarsa stabilità, dal baricentro alto e da una distribuzione pesi non ottimale (tre serbatoi di benzina, di cui uno faceva anche da sella!), e con il motore potenziato rispetto all’anno precedente ma di scarsa coppia e poco affidabile. Imbrigliato nel gruppone e impegnato in una burrascosa rimonta, Peter cade in una esse per il distacco del serbatoio-sella, sbattendo forte contro un albero. La moto gli rovina addosso a gran velocità lasciando il corridore a terra con lesioni gravissime, in fin di vita. Sei giorni in coma, fratture di ogni tipo ovunque che richiesero poi una infinità di chiodi, viti e placche da far invidia a un “robot”. Non solo: la lesione dei nervi del plesso brachiale aveva provocato la paralisi a vita del braccio sinistro e la frattura di due vertebre cervicali avevano portato alla semi paralisi delle gambe. Da lì partiva una via crucis che solo le cure dell’ospedale militare della RAF a Headley Court (grazie alle conoscenze di papà Cecil) riuscirono a evitare un epilogo tragico. Era l’ultimo di una serie di incidenti anche assai pesanti, come quello di Monza nel 1966, con lo spostamento di un disco lombare della colonna vertebrale.

DOPO IL PILOTA

—   Tecnico di solida formazione e progettista d’avanguardia Peter era in pista pilota fra i più battaglieri e temerari, amante più della lotta che del risultato. La scritta: “pray for rain” (prego che piova) impressa in ideogrammi giapponesi sul suo van era solo un’esca per attirare l’attenzione delle Case giapponesi corteggiate dall’occhialuto Peter in cerca di un ingaggio da “ufficiale” ma per nulla attratto dalle corse sul bagnato. In effetti, Williams era orgoglioso di gareggiare con moto inglesi – per lo più “special” da lui stesso progettate e rifatte partendo da Norton, AJS, Matchless, Greeves – con il chiodo fisso di riportare quei Marchi ai vertici iridati, come prima e dopo la seconda Guerra mondiale. Peter lavorava molto sui motori ma si dedicava ancor di più a telai e freni, utilizzando e sviluppando fra i primi i freni a disco collaborando con grandi Aziende, come Ferodo.

I MERITI

—   Dal 1966 al 1973 Peter Williams fu pilota di punta nel Motomondiale anche se mai in sella a una moto “vincente”, a parte la parentesi con la tedesca orientale MZ che nel 1971 gli aveva affidato le bicilindriche 250 e 350 2 tempi a disco rotante lasciate libere pro tempore da Silvio Grassetti, infortunato. Peter William fu soprattutto un corridore inglese trionfatore di grandi corse (North West 200, 500 Miglia di Truxton e TT Isola di Man su tutte) amato in patria quasi quanto Mike “The bike” Hailwood. Come non ricordare i suoi due straordinari secondi posti in sella alla nuova Arter-Matchless nella 500 della Coppa d’Oro Shell del 25 aprile 1967 a Imola dietro Agostini e del TT inglese dietro a Hailwood? Peter Williams è anche uno dei primi piloti al mondo ad essere supportato economicamente da una grande Casa: nel 1967 gode infatti della sponsorizzazione ufficiale della Shell. Peter era salito sulle moto da corsa del papà fin da bambino ma aveva iniziato tardi, a 24 anni, la sua carriera in pista perché in famiglia non volevano in casa un altro corridore.

BEST OF THE REST

—   Così, finiti gli studi superiori, era stato assunto all’ufficio tecnico della Ford inglese dove fece vedere subito di cosa era capace. Con i primi stipendi acquista una decrepita Norton 350 e si butta nelle piste inglesi scalando via via le classifiche fino a entrare nel Continental Circus per la lunga avventura dei mondiali. La targa raffigurante un corridore sul primo gradino del podio conquistata vincendo la 250 di Truxton con Dunlop senza più battistrada usate da altri la stagione precedente, Peter l’aveva conservata tutta la vita, posta nella sua camera da letto, venerata come una reliquia. Nelle stagioni più alte di Peter, nella 500 dominavano Agostini e Hailwood sulle 4 cilindri MV Agusta e Honda, moto di ben altra portata rispetto alle monocilindriche. “Best of the rest!”. Chi finisce alle spalle di Ago e Mike è il migliore degli “altri”. Anche così si diventa “mondiali”. Ecco, Peter Williams, nel 1967, e non solo in quella stagione, ha meritato quel titolo di “Best of the rest”.

Fonte: https://www.gazzetta.it/Moto/21-12-2020/motomondiale-addio-peter-williams-terzo-agostini-hailwood-3901870001064.shtml

Nancy
Nancy Non esistono per me storie ed emozioni che non possono essere narrate, o volti, i cui profili, non possono essere fedelmente tracciati.
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