Walter Villa, il “reverendo” del Motomondiale maniaco dei dettagli

Walter Villa, il “reverendo” del Motomondiale maniaco dei dettagli

Quando il 2 giugno 1975 gli fu conferita dal Capo dello Stato l’onorificenza di “grande ufficiale al merito della Repubblica Italiana” e nel giro del motociclismo si disse che sarebbe stato meglio averlo fatto “cardinale”, Walter Villa si limitò a dire: “Io resto semplicemente il reverendo de mutor”. Già, perché il campione modenese di Castelnuovo Rangone era soprannominato “reverendo”: sia perché degno di reverenza, sia per il suo aspetto bonario da curato di campagna emiliana, per il suo carattere pacifico, per il suo modo di porsi, di gesticolare e di argomentare, per come sapeva affrontare e risolvere beghe e controversie che nel paddock non mancavano mai, insomma per quel suo pensare e agire… “da prete”.

VILLA NEL PADDOCK

—   In effetti Walter Villa, dopo la conquista dei quattro titoli mondiali a metà degli anni ’70 era considerato il “monsignore” del Motomondiale. Un pilota speciale per la sua sincerità e generosità, felice di vivere nel suo mondo di tecnica raffinata e di agonismo ad alto rischio, con gli avversari che da nemici in pista diventavano subito dopo amici nel paddock, ragazzi come lui uniti dalla stessa passione, con cui dialogare, scambiare battute, prendendosi benevolmente in giro ma anche “regolare i conti” dopo contatti burrascosi in pista come nel 1975 a Spa-Francorchamps quando Walter, novello Don Camillo, ricambiò la cortesia ricevuta alla Source da Jonny Cecotto rifilandogli apertamente un… calcio nella staccata successiva.

UN GRAN LAVORATORE

—   In quel motociclismo dei “Giorni del coraggio” pieno di rischi e di piloti squattrinati (Walter corse ufficialmente “gratis” con l’Aermacchi-HD diventando pluri campione del Mondo senza ricevere alcun compenso dalla Casa!) quando alcuni suoi colleghi facevano tardi la notte per i bagordi nel paddock o in discoteca anche Villa stava spesso sveglio fin quasi all’alba: ma nel box, insieme ai suoi meccanici, per ultimare la ricomposizione di un motore grippato in prova, per trovare all’ultimo momento quella messa a punto o quell’assetto che invano aveva cercato in prova. Un gran lavoratore, una bella persona, Walter Villa: un gran pignolo, uno dei pochi corridori che sapeva davvero dove mettere le mani, su motore e telai. E mai scontento, mai scontroso, sempre con il sorriso aperto, sempre disponibile a dirti quel che stava facendo per risolvere il problema, sempre pronto a pulirsi con uno straccio le mani sporche di morchia, per salutare chiunque lo venisse a trovare. Nel motociclismo show-business di oggi dominano nel paddock i van dorati delle mega hospitality mentre cinquant’anni fa bastava andare a trovare Walter Villa per ricevere, oltre al saluto, piada, salumi e un bicchiere di lambrusco.

METRONOMO

—   Tirato su dal più anziano fratello Francesco a pane-vino-cacciavite-chiave inglese, Walter, nato il 13 agosto 1943, quarto di sei fratelli, sapeva lavorare di fino su qualsiasi moto da corsa e sapeva poi pilotare da campione bolidi di qualsiasi cilindrata, dalla 50 cc alla 1000. Anche nel suo triennio d’oro, (nel 1974 e 1975 iridato 250 con l’HD e nel 1976 altro bis iridato nella 250 e 350 sempre con l’HD) Walter Villa andava “apparentemente piano” quanto concretamente veloce, preciso, senza sbavature. “Bisogna fare meno strada possibile nel minor tempo possibile, dal primo metro all’ultimo, tutto il resto qui non conta”, diceva sottovoce come per scusarsi. Walter difficilmente faceva sabato il “giro matto” per la pole o la domenica il record in gara: correva e vinceva “di passo”, di costanza, un martello che picchiava duro, sempre lo stesso tempo, soffiando sul collo di chi lo precedeva, bruciando poi in volata chiunque, inesorabile. Se davanti il fuggitivo o i fuggitivi giravano due decimi più piano, ecco l’ombra del modenese, l’aggancio, la frustata vincente sotto la bandiera a scacchi. Con il sorriso sornione sotto il casco, e poi sul grandino più alto del podio.

IL SORRISO DEL REVERENDO

—   Il “reverendo”, superbo tecnico in officina, gran manico in pista, fuori faceva “da padre” anche quando, per età, era ben più giovane di chi s’accapigliava per uno sgarbo ricevuto in corsa, per questioni di pezzi di ricambi sbagliati o di pagamenti non effettuati. Tutti, sempre, di fronte a beghe irrisolte dicevano: “Andiamo dal Reverendo”. E Walter li accontentava ricevendo in cambio un sorriso. Quel sorriso che gli era rimasto sul viso diventato col tempo pacioccone in quella notte traditrice a cavallo fra il 19 e il 20 giugno 2002, quando stroncato da infarto cardiaco se ne andò nel sonno, nel suo letto, non ancora 59enne. Già garzone d’officina da ragazzino, poi meccanico da ragazzo, quindi tecnico raffinato, progettista, imprenditore, talent scout (fra gli altri Claudio Lusuardi e Luca Cadalora), gran corridore in undici anni di carriera esplosa dopo i 30 anni.

SOGNARE A OCCHI APERTI

—   Tale e quale suo fratello Francesco (morto a 87 anni il 20 febbraio 2020) dal quale aveva imparato l’arte della manetta e della pinza trasformando un motore in un bolide. Entrambi dei geniali artisti di moto da competizione, spesso decisi a sfidare con le loro moto da corsa fatte in casa i grandi Marchi italiani, europei, mondiali. Quando nella loro piccola officina emiliana, vero e proprio atelier dei miracoli, i soliti amici frequentatori perditempo scuotevano la testa dicendo in riferimento alle grandi Case: “Ma quelli là, quelli lassù, quelli laggiù quanti sono? Come si fa a batterli?” Francesco rispondeva arricciando il naso ad uncino e Walter era troppo preso dal suo lavoro per sentirli, continuando entrambi a lavorare di fino, zitti, calibro in mano, per poi passare la nottata a far urlare i loro motori sul banco prova. “Niente è facile ma tutto è possibile” replicava Francesco. E Walter, da poco orgoglioso della sua nuova tuta blu perché ancora ragazzino, capiva che la sfida era impari ma che andava fatta: si poteva sognare, si doveva sognare stando coi piedi per terra. Era a quei tempi, quello delle corse, anche un mezzo di avanzamento della propria condizione sociale spinto dalla inesauribile passione del “mutor”.

LE CREATURE DEI VILLA

—   Insomma Francesco, Walter e gli altri quattro fratelli non volevano ripercorrere la strada dei genitori che avevano lavorato duro nei campi di Cavidole nel modenese. Francesco, il più anziano, era stato il primo a tentare il salto da contadino a operaio cercando uno sbocco alla sua vocazione per la meccanica approdando nel 1955 alla Ducati. Walter segue come un’ombra suo fratello Francesco, avendo le stesse caratteristiche: passione, tenacia, intuito, modestia, voglia di emergere ma cercando di evitare passi falsi. È Walter, che con il “Beccaccino” 125 due tempi inventato da Francesco, prende il volo come corridore battendo fior di campioni su moto consacrate. I fratelli Villa progettano e realizzano gioielli di meccanica di gran livello: il 125 monocilindrico 2 tempi a valvola rotante raffreddato a liquido; la sorella maggiore di 250 da oltre 50 Cv; la duemmezzo 2 tempi 4 cilindri orizzontali in quadrato a dischi rotanti con sette marce, di grande potenzialità ma messa al bando dal 1970 dai nuovi regolamenti FIM; la bicilindrica 2 tempi a V fronte marcia di 250 cc. E poi l’inedito 125 e ancora il 50 cc per le categorie juniores. Tante vittorie sui circuiti italiani e internazionali.

IL PALMARÈS

—   Poi il motocross, con trionfi e titoli dalla classe 50 alla 500. Da metà degli anni ’50, Francesco in pista, “corridore alla Ubbiali”, vincerà molto, ma sarà un “Re senza corona”: pur senza l’aureola iridata, ha saputo tradurre i suoi sogni in realtà. Soprattutto ha saputo far sognare gli altri. Il “vecchio” Villa continuerà a progettare e costruire capolavori dando anche il suo contributo tecnico a due eccellenze motoristiche del Made in Italy, la Oral Engineering di Mauro Forghieri e di Franco Antoniazzi e la Lamborghini nella realizzazione del 12 cilindri di Formula Uno. Invece Walter, di un anno più giovane di Giacomo Agostini, proseguirà per la sua strada, toccando i vertici assoluti come corridore a trent’anni suonati. Il nome di Walter Villa sarà indelebile negli albi d’oro: quattro volte campione del Mondo (3 nella 250 e 1 nella 350) tra il 1974 e il 1976, 87 gare iridate disputate, 24 Gran Premi vinti, 30 podi, 21 pole position e 20 giri veloci in gara, oltre a 9 titoli “tricolori”.

I DETTAGLI FANNO LA DIFFERENZA

—   “La corsa è un dettaglio, o meglio conta quel che c’è dentro”, ripeteva Walter: “Conta soprattutto il prima e il dopo di quel che accade in pista, altrimenti un corridore attaccherebbe il suo casco al chiodo alla prima gara andata male”. E Walter, in particolare prima e dopo, curava tutto, studiava tutto, di tutto e di tutti, compreso se stesso, soprattutto se stesso, spesso vincendo per le debolezze dei suoi avversari che lui aveva analizzato prima. Psicologo? E Walter: “Sono stato un contadino mancato, un aspirante meccanico che si è dato alle corse per sognare un attimo, non per gloria, tanto meno per soldi”. All’epoca del passaggio di Villa in HD nella varesina Aermacchi c’era chi scuoteva la testa, poco convinto. Ma il gran capo del reparto corse ed ex pilota di qualità Gilba Milani la sapeva lunga: “Sì, ci sono corridori che entrano in curva più forte di Walter, che staccano dopo, che svirgolano, ma poi il cronometro dà ragione a lui”. Già.

OTTO RITIRI, ANZI NO

—   Un po’ come Agostini con il quale aveva incrociato le lame sin dal debutto di Modena, da juniores, nel 1962, con Walter 3° e Mino 5° entrambi con il Settebello Morini 175. Da subito Walter dimostra le sue caratteristiche. Persona schietta, ottimo pilota, eccellente collaudatore. Amante anche delle burle. Per otto volte Walter Villa annuncia il ritiro e per otto volte dice di aver scherzato. Pignolo in pista, geloso dei suoi segreti tecnici che poi svelava a tutti, non si sa se per aiutare l’avversario o per sviarlo. Walter Villa aveva riportato in Italia nel 1974 il titolo mondiale della 250 dopo quattordici anni, da quello di Carlo Ubbiali del 1960. Walter ha corso da ufficiale con grandi Case (fra cui MV Agusta, Morini, Benelli, Mondial, Montesa), per lo più saltuariamente, come “tappabuchi”, quindi con scarsi risultati. La fortuna gli era arrivata come una sberla agli inizi del 1974, portandolo da “ufficiale” alla Harley Davidson, in sostituzione di Gianfranco Bonera passato alla MV, chiamato a raccogliere la grande eredità lasciata dall’indimenticabile Renzo Pasolini perito insieme a Jarno Saarinen nella tragica giornata monzese del 20 maggio 1973. In quella tragica carambola nel curvone di Monza Walter era stato in mezzo all’inferno. “Qualcuno, da lassù, mi ha salvato”. Ripeteva. Poi, messo il casco al chiodo, Walter Villa rimaneva sempre se stesso, sempre nel suo ambiente, fisicamente appesantito: “Colpa delle quattro corone iridate”, ripeteva.

Fonte: https://www.gazzetta.it/Moto/19-06-2021/walter-villa-reverendo-motomondiale-4102095647817.shtml

Nancy
Nancy Non esistono per me storie ed emozioni che non possono essere narrate, o volti, i cui profili, non possono essere fedelmente tracciati.
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